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Intervista a Moni Ovadia

Alla fine dell’incontro “Il mondo dello spettacolo fra tradizione e innovazione – esempi di eccellenza a Milano e in Lombardia” tenutosi in Statale lunedì primo febbraio, Moni Ovadia si è reso disponibile a rispondere ad alcune domande.

Anzitutto complimenti per la sua toccante prova di attore nel ruolo del rabbino nel film-tv “Mi ricordo di Anna Frank” trasmesso da Rai Uno settimana scorsa. La scena della “questione morale” credo sia stata quella più emozionante.

Quella scena, in cui un rabbino professore di Filosofia si confronta sul significato della legge morale kantiana con un capitano delle SS, è stata un’idea geniale del regista (Alberto Negrin), e … sì, è stata davvero molto emozionante.

Giovanni Raboni ha dato di lei questa descrizione “Moni Ovadia è riuscito in pochi anni a rendersi, da remoto e straniero che era, familiare e quasi nostro” Lei ha costituito quindi una innovazione nella tradizione? Esiste davvero una tradizione “nostra”, “vostra”, o non esiste piuttosto un’unica tradizione?

Giovanni Raboni era un carissimo amico e mi ha onorato di queste splendide parole. “Quasi nostro” perché la mia è tradizione ebraica, che è precedente a quella cristiana. Purtroppo la radice cristiana nel corso dei secoli ha generato la perversione dell’ostilità con il suo voler scotomizzare la radice ebraica in nome di una “tradizione”.

La funzione ultima del teatro è la catarsi. Il suo personaggio, l’Ebreo che ride, così come il Villano di Dario Fo nel “Mistero Buffo” o l’arcano del Matto nei Tarocchi, fanno pensare che sia proprio l’ironia la naturale conclusione di questa catarsi. E’ l’ironia l’unico viatico per la salvezza dell’essere umano?

Sì, assolutamente, l’Ironia serve per non cadere nella perversione della violenza. Guardare con distacco, prendere una distanza critica da se stessi permette di avere rispetto dei valori degli altri. Chi è capace di ridere dei propri difetti, delle proprie debolezze, non manderà mai milioni di persone nei forni crematori.


(mostro a Moni Ovadia tramite l’Iphone – “la mano di Dio, perché con questo aggeggio arrivi dappertutto!” - una immagine dell’Ebreo rosso di Chagall ) Nu ? (l’equivalente Yddish del nostro “allora”?, espressione ricorrente nelle sue battute n.d.r.)

(sorridendo) Nu nu (risposta classica n.d.r.). Conosco bene questo quadro, Chagall ha fatto una cosa straordinaria. Ha preso un mondo che era grigio, marrone, nero e gli ha dato i colori della spiritualità.

Ma l’Ebreo di Chagall è il sarto Fishbein o Yankele : Chagall stava prendendo in giro o si stava domandando “Lontano da dove?”

Chagall ha dato i colori alla Passione dell’Ebreo. Per questo penso sia più vicino al personaggio di Yankele, che si chiede “Lontano da dove ?”, anche se poi non esiste un “dove”. Esiste un Tempo ed uno Spazio, a cui Chagall ha saputo dare immagine e colori.

Elena Ornaghi

Elena Ornaghi Scritto Martedì 02 Febbraio 2010 18:31 da Elena Ornaghi

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