L'INTERVISTANiente più geografia nelle scuole italiane
Nonostante l’appello lanciato dall’Associazione Italiana Insegnanti di Geografia e dalle altre associazioni tra cui la Società Geografica Italiana - che in pochi giorni ha raccolto 25.000 firme e che continuerà a farlo per la prossima settimana sul sito www.aiig.it – la riforma Gelmini, approvata dal Consiglio dei Ministri, sembra aver mantenuto inalterato l’impianto originario che prevede la forte riduzione delle ore di Geografia nel biennio dei Licei e negli Istituti Tecnici unita alla scomparsa definitiva della materia dagli Istituti Professionali.
Ma cosa si rischia ammettendo un simile taglio nel sistema scolastico italiano? Facciamo qualche domanda in proposito al prof. Dino Gavinelli, rappresentante delegato per la Lombardia dell'Associazione Italiana Insegnanti di Geografia.
Che cos'è la geografia per l'uomo?
Per molte persone la geografia è una disciplina nozionistica, la materia che insegna dove si trovano le capitali degli stati, i monti, i fiumi, ecc. e per questo oggi un poco superata dall'uso del Gps o dalle immagini di Google Earth. Per altri è invece una rassegna, quasi turistica, dei diversi luoghi del mondo, spesso esotici, descritti nei loro particolari più suggestivi.
In realtà, come le discipline storiche non si esauriscono solo nelle "date" o la matematica nei “numeri”, così la geografia non si limita ai documentari o alle belle pagine patinate delle riviste di viaggi o delle strenne natalizie. In altre parole la superficie del Canada in chilometri quadrati, la densità di popolazione del Tibet o l'altezza del Kilimangiaro sul livello del mare sono solo dati non esaurienti e sapere dove si trovano città, province, regioni è solo il primo elementare livello di sapere geografico, quello localizzativo. La geografia implica dei livelli cognitivi più complessi perché deve saper cogliere gli aspetti naturali del nostro pianeta, riconoscere i variegati modelli di comportamento sociale, analizzare i processi economici nelle loro dimensioni spaziali e il vasto campo delle manifestazioni culturali attraverso i quali si esprime il senso di appartenenza e di identità dei gruppi umani a un determinato territorio.
Non solo una scienza descrittiva dello spazio terrestre dunque ma anche, e soprattutto, una disciplina che studia il profondo rapporto intercorrente tra gruppi umani e ambiente fisico, cerca di leggere i paesaggi sempre più complessi e stratificati che si disegnano continuamente sul pianeta.
Che importanza ha la geografia per la formazione di un giovane?
Per un giovane la geografia rappresenta un utile strumento per discutere della contemporaneità, per delineare possibili scenari futuri o per soddisfare il professore di italiano che nei suoi temi in classe chiede sempre, prima o poi, di parlare di inquinamento, emigrazioni, globalizzazione, senso civico e altri temi dal “sapore” geografico.
Non si deve poi dimenticare che la geografia ha un forte valore evocativo: essa richiama il viaggio, l’esplorazione e incuriosisce i giovani che spesso trovano i contenuti scolastici aridi o lontani dai loro desideri. La geografia ha anche una forte valenza interdisciplinare e può completare il panorama delineato dalla letteratura, dalla storia, dalle scienze naturali, dalla storia dell’arte che diventano più interessanti se lette e interpretate anche nella loro dimensione spaziale.
Le ore di geografia sono uno dei pochi momenti in cui i ragazzi si misurano esplicitamente con quanto li circonda fuori dalla scuola, osservando la società multietnica ormai presente anche in Italia, leggendo il paesaggio e le dinamiche di organizzazione del territorio, comprendendo la dimensione transcalare dei fenomeni, dal locale al globale.
Quali sono gli aspetti più attuali della ricerca geografica?
La geografia contemporanea procede lungo molti percorsi di ricerca, tra loro ben distinti o, al contrario, intrecciati, che si “contaminano” con altre discipline scientifiche, umanistiche e filosofiche. Tutti questi percorsi sono però accomunati dal tentativo di interpretare la realtà della superficie terrestre nelle sue manifestazioni materiali e immateriali.
La geografia contemporanea è dunque molto articolata, ospita idee e metodi di ricerca che evidenziano non solo le interazioni tra strutture fisiche e sociali ma anche gli aspetti comportamentali, culturali e morali dell’azione umana. Le grandi ideologie hanno dimostrato la loro debolezza e la loro pericolosità anche in geografia, togliendo libertà al pensiero dei ricercatori. Molti di essi, a partire dagli anni ’70 del Novecento, sulla spinta del pensiero post-strutturalista, hanno così iniziato a porre al centro dei loro studi la partecipazione dei luoghi nella sfera esistenziale degli individui, a osservare la dialettica tra luoghi della modernità e della post-modernità, ad analizzare i processi di simbolizzazione dei luoghi.
La geografia si è così arricchita di una dimensione “umanistica”, si è articolata in indirizzi postmoderni, semiotici o spiritualisti che arricchiscono e non sostituiscono i percorsi più tradizionali della disciplina tesi a spiegare la realtà tangibile del pianeta, dei continenti e delle regioni, dei sistemi economici, politici e sociali.
Qual è il senso di questa decisione? Come si può eliminare la geografia dai programmi scolastici?
Si parla tanto, in numerosi documenti, declaratorie e iniziative del Ministero o nei discorsi dei politici, nei POF (Piani dell’offerta formativa) delle scuole medie inferiori e superiori, di “un’educazione alla cittadinanza in tempi di globalizzazione”, di “scuola e territorio”, dei nostri giovani che devono conoscere e difendere “il patrimonio e i valori del territorio” o delle bellezze del nostro Paese, di cui tutti siamo fieri; purtroppo non si capisce bene perché la cosiddetta “riforma Gelmini” escluda la geografia dai suoi licei, la disciplina che meglio affronta questi argomenti.
Il senso di questa decisione è ancora più oscuro se si pensa che il 31 luglio 2009 il Ministero della Pubblica Istruzione, tramite Maria Stella Gelmini, e quello dell’Ambiente, con il ministro Prestigiacomo, hanno sottoscritto la “Carta d’intenti Scuola, Ambiente e Legalità” per promuovere tra i giovani l’educazione ambientale e il consumo sostenibile a partire dall’anno scolastico 2009-2010. Se si pensa inoltre che in molti altri Paesi europei, a cominciare da quelli confinanti con l’Italia, esiste un docente apposito per l’area geostorica e sociale (si pensi alla Francia), la geografia è una delle materie previste dalla maturità (come nel caso svizzero) o ha un ruolo riconosciuto fondamentale nella pedagogia dell’età evolutiva (Austria), la scelta del Ministero appare davvero incomprensibile.
Una difesa della geografia nella scuola superiore non è da intendersi in senso puramente corporativo o come un ulteriore segnale di conservatorismo del nostro sistema scolastico. L'appello di questi giorni in difesa della geografia, al di là del vasto consenso che ha raccolto in tutte le fasce di ètà e di professioni (oltre 25.000 firme in pochi giorni), evidenzia un limite grave della riforma Gelmini. Se nei nuovi curricola della scuola secondaria superiore la geografia verrà eliminata o resa solo una materia “simulacro”, il governo si dimostrerà ben poco in linea con la realtà e con i nostri partner europei e non aiuterà certo gli studenti di oggi, cittadini del domani, nel gravoso compito di affrontare le sfide del mondo contemporaneo. La riforma si rivelerà dunque un semplice “taglio” in nome del risparmio.
A poche settimane dall'avvio delle iscrizioni, i genitori e gli studenti sono all'oscuro di quali materie e per quante ore a settimana studieranno nella scuola superiore riformata. La fretta, che favorisce i tagli e la mano pesante sulla scuola, come ben si sa, è “cattiva consigliera”.
Come si può viaggiare all'interno di un mondo globalizzato senza la conoscenza della geografia?
Nell'era della cosiddetta “globalizzazione”, penalizzare l'insegnamento della geografia in Italia è un controsenso. Bisogna insegnare ai ragazzi della scuola superiore che il mondo contemporaneo si regge su complessi equilibri geopolitici, che nell’economia del sistema mondo l’Italia è poca cosa, che l’Europa dei 27 cerca di costruirsi e ritagliarsi un suo ruolo, che le prospettive di crescita della Cina e dell'India si stanno concretizzando, che il ruolo dell'Onu e delle organizzazioni sopranazionali sostituisce lentamente il potere dei vecchi stati nazionali.
E poi che la globalizzazione non è solo economica o politica, non si misura solo con gli indici di sviluppo o in termini di squilibri fra Nord e Sud del mondo ma passa anche attraverso i movimenti di popolazione, lo svuotamento progressivo delle campagne e delle aree di montagna, la crescita urbana e il disegno delle megalopoli, l’incontro tra le diverse religioni, la diffusione di lingue internazionali che si mescolano e si sovrappongono alle parlate locali, la questione dei diritti umani, le pandemie, gli eventi ambientali e molto altro ancora. Un’immagine del nostro “complesso” pianeta che solo la geografia, intesa come disciplina spaziotemporale, può presentare ai futuri cittadini “globalizzati”.
Che cos'è la geografia per l'uomo?
Per molte persone la geografia è una disciplina nozionistica, la materia che insegna dove si trovano le capitali degli stati, i monti, i fiumi, ecc. e per questo oggi un poco superata dall'uso del Gps o dalle immagini di Google Earth. Per altri è invece una rassegna, quasi turistica, dei diversi luoghi del mondo, spesso esotici, descritti nei loro particolari più suggestivi.
In realtà, come le discipline storiche non si esauriscono solo nelle "date" o la matematica nei “numeri”, così la geografia non si limita ai documentari o alle belle pagine patinate delle riviste di viaggi o delle strenne natalizie. In altre parole la superficie del Canada in chilometri quadrati, la densità di popolazione del Tibet o l'altezza del Kilimangiaro sul livello del mare sono solo dati non esaurienti e sapere dove si trovano città, province, regioni è solo il primo elementare livello di sapere geografico, quello localizzativo. La geografia implica dei livelli cognitivi più complessi perché deve saper cogliere gli aspetti naturali del nostro pianeta, riconoscere i variegati modelli di comportamento sociale, analizzare i processi economici nelle loro dimensioni spaziali e il vasto campo delle manifestazioni culturali attraverso i quali si esprime il senso di appartenenza e di identità dei gruppi umani a un determinato territorio.
Non solo una scienza descrittiva dello spazio terrestre dunque ma anche, e soprattutto, una disciplina che studia il profondo rapporto intercorrente tra gruppi umani e ambiente fisico, cerca di leggere i paesaggi sempre più complessi e stratificati che si disegnano continuamente sul pianeta.
Che importanza ha la geografia per la formazione di un giovane?
Per un giovane la geografia rappresenta un utile strumento per discutere della contemporaneità, per delineare possibili scenari futuri o per soddisfare il professore di italiano che nei suoi temi in classe chiede sempre, prima o poi, di parlare di inquinamento, emigrazioni, globalizzazione, senso civico e altri temi dal “sapore” geografico.
Non si deve poi dimenticare che la geografia ha un forte valore evocativo: essa richiama il viaggio, l’esplorazione e incuriosisce i giovani che spesso trovano i contenuti scolastici aridi o lontani dai loro desideri. La geografia ha anche una forte valenza interdisciplinare e può completare il panorama delineato dalla letteratura, dalla storia, dalle scienze naturali, dalla storia dell’arte che diventano più interessanti se lette e interpretate anche nella loro dimensione spaziale.
Le ore di geografia sono uno dei pochi momenti in cui i ragazzi si misurano esplicitamente con quanto li circonda fuori dalla scuola, osservando la società multietnica ormai presente anche in Italia, leggendo il paesaggio e le dinamiche di organizzazione del territorio, comprendendo la dimensione transcalare dei fenomeni, dal locale al globale.
Quali sono gli aspetti più attuali della ricerca geografica?
La geografia contemporanea procede lungo molti percorsi di ricerca, tra loro ben distinti o, al contrario, intrecciati, che si “contaminano” con altre discipline scientifiche, umanistiche e filosofiche. Tutti questi percorsi sono però accomunati dal tentativo di interpretare la realtà della superficie terrestre nelle sue manifestazioni materiali e immateriali.
La geografia contemporanea è dunque molto articolata, ospita idee e metodi di ricerca che evidenziano non solo le interazioni tra strutture fisiche e sociali ma anche gli aspetti comportamentali, culturali e morali dell’azione umana. Le grandi ideologie hanno dimostrato la loro debolezza e la loro pericolosità anche in geografia, togliendo libertà al pensiero dei ricercatori. Molti di essi, a partire dagli anni ’70 del Novecento, sulla spinta del pensiero post-strutturalista, hanno così iniziato a porre al centro dei loro studi la partecipazione dei luoghi nella sfera esistenziale degli individui, a osservare la dialettica tra luoghi della modernità e della post-modernità, ad analizzare i processi di simbolizzazione dei luoghi.
La geografia si è così arricchita di una dimensione “umanistica”, si è articolata in indirizzi postmoderni, semiotici o spiritualisti che arricchiscono e non sostituiscono i percorsi più tradizionali della disciplina tesi a spiegare la realtà tangibile del pianeta, dei continenti e delle regioni, dei sistemi economici, politici e sociali.
Qual è il senso di questa decisione? Come si può eliminare la geografia dai programmi scolastici?
Si parla tanto, in numerosi documenti, declaratorie e iniziative del Ministero o nei discorsi dei politici, nei POF (Piani dell’offerta formativa) delle scuole medie inferiori e superiori, di “un’educazione alla cittadinanza in tempi di globalizzazione”, di “scuola e territorio”, dei nostri giovani che devono conoscere e difendere “il patrimonio e i valori del territorio” o delle bellezze del nostro Paese, di cui tutti siamo fieri; purtroppo non si capisce bene perché la cosiddetta “riforma Gelmini” escluda la geografia dai suoi licei, la disciplina che meglio affronta questi argomenti.
Il senso di questa decisione è ancora più oscuro se si pensa che il 31 luglio 2009 il Ministero della Pubblica Istruzione, tramite Maria Stella Gelmini, e quello dell’Ambiente, con il ministro Prestigiacomo, hanno sottoscritto la “Carta d’intenti Scuola, Ambiente e Legalità” per promuovere tra i giovani l’educazione ambientale e il consumo sostenibile a partire dall’anno scolastico 2009-2010. Se si pensa inoltre che in molti altri Paesi europei, a cominciare da quelli confinanti con l’Italia, esiste un docente apposito per l’area geostorica e sociale (si pensi alla Francia), la geografia è una delle materie previste dalla maturità (come nel caso svizzero) o ha un ruolo riconosciuto fondamentale nella pedagogia dell’età evolutiva (Austria), la scelta del Ministero appare davvero incomprensibile.
Una difesa della geografia nella scuola superiore non è da intendersi in senso puramente corporativo o come un ulteriore segnale di conservatorismo del nostro sistema scolastico. L'appello di questi giorni in difesa della geografia, al di là del vasto consenso che ha raccolto in tutte le fasce di ètà e di professioni (oltre 25.000 firme in pochi giorni), evidenzia un limite grave della riforma Gelmini. Se nei nuovi curricola della scuola secondaria superiore la geografia verrà eliminata o resa solo una materia “simulacro”, il governo si dimostrerà ben poco in linea con la realtà e con i nostri partner europei e non aiuterà certo gli studenti di oggi, cittadini del domani, nel gravoso compito di affrontare le sfide del mondo contemporaneo. La riforma si rivelerà dunque un semplice “taglio” in nome del risparmio.
A poche settimane dall'avvio delle iscrizioni, i genitori e gli studenti sono all'oscuro di quali materie e per quante ore a settimana studieranno nella scuola superiore riformata. La fretta, che favorisce i tagli e la mano pesante sulla scuola, come ben si sa, è “cattiva consigliera”.
Come si può viaggiare all'interno di un mondo globalizzato senza la conoscenza della geografia?
Nell'era della cosiddetta “globalizzazione”, penalizzare l'insegnamento della geografia in Italia è un controsenso. Bisogna insegnare ai ragazzi della scuola superiore che il mondo contemporaneo si regge su complessi equilibri geopolitici, che nell’economia del sistema mondo l’Italia è poca cosa, che l’Europa dei 27 cerca di costruirsi e ritagliarsi un suo ruolo, che le prospettive di crescita della Cina e dell'India si stanno concretizzando, che il ruolo dell'Onu e delle organizzazioni sopranazionali sostituisce lentamente il potere dei vecchi stati nazionali.
E poi che la globalizzazione non è solo economica o politica, non si misura solo con gli indici di sviluppo o in termini di squilibri fra Nord e Sud del mondo ma passa anche attraverso i movimenti di popolazione, lo svuotamento progressivo delle campagne e delle aree di montagna, la crescita urbana e il disegno delle megalopoli, l’incontro tra le diverse religioni, la diffusione di lingue internazionali che si mescolano e si sovrappongono alle parlate locali, la questione dei diritti umani, le pandemie, gli eventi ambientali e molto altro ancora. Un’immagine del nostro “complesso” pianeta che solo la geografia, intesa come disciplina spaziotemporale, può presentare ai futuri cittadini “globalizzati”.
Stefano Consonni
