L'INCHIESTAPrima parte dell'inchiesta sui fuorisede a Milano: come avere un tetto pubblico sopra la testa
Viaggio nella giungla degli alloggi per studenti fuorisede: quali diritti abbiamo? Affittare in nero è davvero conveniente? E per chi? Cosa fanno lo Stato e la nostra Università per noi? Quanti, a conti fatti, possono davvero permettersi di andare ad abitare da soli?
“I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”. La nostra Costituzione norma con questo articolo, il numero 34, il diritto allo studio. Così, aspettandosi una qualche tutela da parte degli enti pubblici, l'esercito di universitari che sceglie Milano si accinge durante l'estate a partecipare al bando CiDis. La speranza è accedere ad uno dei 7 collegi (mediamente oltre cento posti a struttura) o ad uno dei circa 100 appartamenti Aler. Ad attirare è il canone accessibile e calmierato, nonché il fatto che quasi nessuna abitazione si trovi in zone malservite o troppo lontane dagli atenei. Insomma, laddove non sono arrivati gli studentati sono venute in soccorso le tanto bistrattate case popolari, e in questo caso l'intento delle istituzioni è spesso riqualificare alcune zone grazie alla presenza di giovani studenti. Magari rinunciate a vedere le guglie del Duomo da casa, ma ci risparmiate un bel po'.
In Nord Europa questo do ut des si chiama cohousing ed è quasi una filosofia di vita. Seguendo tale logica, ad Amsterdam sono per esempio nati moltissimi alloggi modulari temporanei, sostenibili in tutti i sensi. Qualche cifra? Mille abitazioni realizzate in pochi mesi, 20 milioni di euro spesi per la costruzione e recuperati in 5 anni, 300 euro di canone mensile per un appartamento autonomo di 30 mq.
Ma se altrove il modulo container ha fatto faville, si capisce che qui la sola parola può rievocare tristi ricordi (e, a proposito di Abruzzo, le 500 casette rimovibili Mar – ora destinate agli sfollati ed in futuro forse agli studenti – sembrano avere un avvenire alquanto incerto: i terreni su cui dovrebbero nascere, infatti, non sono considerati abitabili né edificabili). Nessuno può comunque negare che da queste parti l'abitazione modulare riscuoterebbe un minor gradimento di pubblico: insomma, chi non ha talvolta pensato ad uno studentato come luogo poco attrezzato, poco confortevole e forse un po' spersonalizzante?
La giusta via di mezzo però esiste, ed è la declinazione torinese del cohousing – la nostrana coabitazione: il comune fornisce un appartamento a due o più studenti che provvedono a riassestarlo e, per compensare il modico affitto, si offrono come volontari per attività varie in quartiere. Fa bene alle nostre tasche, alla nostra integrazione di fuorisede... e fa bene alla città.
Elucubrazioni a parte, comunque, diamo un'occhiata ai numeri per capire ciò che Stato, Regioni e Comuni fanno concretamente: in Italia 30.000 studenti dormono in alloggi pubblici, vale a dire appena il 10% dei fuorisede. Nella nostra città, quest'anno, le università Statale, Bicocca, Insubria e Iulm hanno assegnato 1467 posti e – dicono – nessuna domanda è stata rifiutata per carenza di letti. In effetti, da qualche tempo il numero di posti disponibili a Milano è cresciuto e sembriamo cavarcela alla meno peggio. Ma solo perché gli enti per il diritto allo studio pur essendo statali dipendono in gran parte, quanto a fondi, dalla Regione, perciò la Lombardia è una punta di eccellenza.
E tuttavia ci sono anche qui tendenze “preoccupanti”, come la continua crescita delle domande e la riduzione delle rinunce al letto (secondo i comunicati, “a causa forse dell'aumento dei posti disponibili già in sede di bando”). Viene poi da chiedersi se 1467 posti disponibili su 43.000 fuorisede milanesi non siano un po' pochini. E se l'aver coperto tutte le domande idonee non dipenda da un'imposizione di tetti di redditto troppo bassi. Un problema, questo della generale carenza di posti, che si spiega solo con una mancanza di liquidi destinati a tale scopo, altri ostacoli non paiono esistere: persino l'affollata Milano conta 1.885.000 mq di aree in disuso (quasi tutte sono ex scali ferroviari ed ex periferie industriali) e 120 edifici vuoti.
Così il fuorisede italiano deve accontentarsi di sognare i 223.000 posti pubblici tedeschi o i 150.000 finlandesi. Parlava chiaro già nel 2001 Eurostudent, un'inchiesta condotta dall'ente per il diritto allo studio dell'UE, rendendo noto che la Finlandia copriva quasi il 50% delle spese nell'ambito, l'Italia invece il 7%. La nostra università risultava socialmente molto selettiva. Il buon vecchio articolo 34 della Costituzione deve, insomma, essere finito in soffitta; quale futuro prospettano, infatti, manovre che non prevedono un serio incremento di studentati pubblici, i quali fra l'altro potrebbero finalmente calmierare quel mercato privato che a Milano dà letteralmente i numeri? (ne parliamo nella seconda puntata, n.) Da pochi mesi, neanche a dirlo, il sospetto di una inesistente politica per il sostegno del diritto allo studio universitario è stato riconfermato: il nostro paese è stato colpito ad ottobre da un'azione legale della Commissione Europea, poiché il concorso per appartamenti a canone agevolato siti a Milano, bandito dal comune di Sondrio, era viziato da una brutta aria di discriminazione verso i cittadini stranieri (anche se europei, quindi anche verso un francese o un tedesco).
Ma torniamo all'inizio dell'avventura milanese del fuorisede: nel caso in cui questo fortunato sia giudicato idoneo dal bando, può fare richiesta dell'alloggio e attendere la graduatoria...che spesso esce troppo tardi. È evidente: si è quasi costretti a tenere un piede in due scarpe ed iniziare a cercare, nel frattempo, un alloggio sul mercato, attendendo però l'esito della graduatoria pubblica prima di firmare il contratto con il privato. Siate orgogliosi di voi stessi: destreggiarsi con questi giochi di pazienza e di equilibrio decisamente non è cosa da tutti!
In Nord Europa questo do ut des si chiama cohousing ed è quasi una filosofia di vita. Seguendo tale logica, ad Amsterdam sono per esempio nati moltissimi alloggi modulari temporanei, sostenibili in tutti i sensi. Qualche cifra? Mille abitazioni realizzate in pochi mesi, 20 milioni di euro spesi per la costruzione e recuperati in 5 anni, 300 euro di canone mensile per un appartamento autonomo di 30 mq.
Ma se altrove il modulo container ha fatto faville, si capisce che qui la sola parola può rievocare tristi ricordi (e, a proposito di Abruzzo, le 500 casette rimovibili Mar – ora destinate agli sfollati ed in futuro forse agli studenti – sembrano avere un avvenire alquanto incerto: i terreni su cui dovrebbero nascere, infatti, non sono considerati abitabili né edificabili). Nessuno può comunque negare che da queste parti l'abitazione modulare riscuoterebbe un minor gradimento di pubblico: insomma, chi non ha talvolta pensato ad uno studentato come luogo poco attrezzato, poco confortevole e forse un po' spersonalizzante?
La giusta via di mezzo però esiste, ed è la declinazione torinese del cohousing – la nostrana coabitazione: il comune fornisce un appartamento a due o più studenti che provvedono a riassestarlo e, per compensare il modico affitto, si offrono come volontari per attività varie in quartiere. Fa bene alle nostre tasche, alla nostra integrazione di fuorisede... e fa bene alla città.
Elucubrazioni a parte, comunque, diamo un'occhiata ai numeri per capire ciò che Stato, Regioni e Comuni fanno concretamente: in Italia 30.000 studenti dormono in alloggi pubblici, vale a dire appena il 10% dei fuorisede. Nella nostra città, quest'anno, le università Statale, Bicocca, Insubria e Iulm hanno assegnato 1467 posti e – dicono – nessuna domanda è stata rifiutata per carenza di letti. In effetti, da qualche tempo il numero di posti disponibili a Milano è cresciuto e sembriamo cavarcela alla meno peggio. Ma solo perché gli enti per il diritto allo studio pur essendo statali dipendono in gran parte, quanto a fondi, dalla Regione, perciò la Lombardia è una punta di eccellenza.
E tuttavia ci sono anche qui tendenze “preoccupanti”, come la continua crescita delle domande e la riduzione delle rinunce al letto (secondo i comunicati, “a causa forse dell'aumento dei posti disponibili già in sede di bando”). Viene poi da chiedersi se 1467 posti disponibili su 43.000 fuorisede milanesi non siano un po' pochini. E se l'aver coperto tutte le domande idonee non dipenda da un'imposizione di tetti di redditto troppo bassi. Un problema, questo della generale carenza di posti, che si spiega solo con una mancanza di liquidi destinati a tale scopo, altri ostacoli non paiono esistere: persino l'affollata Milano conta 1.885.000 mq di aree in disuso (quasi tutte sono ex scali ferroviari ed ex periferie industriali) e 120 edifici vuoti.
Così il fuorisede italiano deve accontentarsi di sognare i 223.000 posti pubblici tedeschi o i 150.000 finlandesi. Parlava chiaro già nel 2001 Eurostudent, un'inchiesta condotta dall'ente per il diritto allo studio dell'UE, rendendo noto che la Finlandia copriva quasi il 50% delle spese nell'ambito, l'Italia invece il 7%. La nostra università risultava socialmente molto selettiva. Il buon vecchio articolo 34 della Costituzione deve, insomma, essere finito in soffitta; quale futuro prospettano, infatti, manovre che non prevedono un serio incremento di studentati pubblici, i quali fra l'altro potrebbero finalmente calmierare quel mercato privato che a Milano dà letteralmente i numeri? (ne parliamo nella seconda puntata, n.) Da pochi mesi, neanche a dirlo, il sospetto di una inesistente politica per il sostegno del diritto allo studio universitario è stato riconfermato: il nostro paese è stato colpito ad ottobre da un'azione legale della Commissione Europea, poiché il concorso per appartamenti a canone agevolato siti a Milano, bandito dal comune di Sondrio, era viziato da una brutta aria di discriminazione verso i cittadini stranieri (anche se europei, quindi anche verso un francese o un tedesco).
Ma torniamo all'inizio dell'avventura milanese del fuorisede: nel caso in cui questo fortunato sia giudicato idoneo dal bando, può fare richiesta dell'alloggio e attendere la graduatoria...che spesso esce troppo tardi. È evidente: si è quasi costretti a tenere un piede in due scarpe ed iniziare a cercare, nel frattempo, un alloggio sul mercato, attendendo però l'esito della graduatoria pubblica prima di firmare il contratto con il privato. Siate orgogliosi di voi stessi: destreggiarsi con questi giochi di pazienza e di equilibrio decisamente non è cosa da tutti!
Marta D'Arcangelo
