L'iNCONTROGli alloggi in nome del riuso alla conferenza di lunedì 14 dicembre
Lunedì 14 dicembre si è tenuto, nella Facoltà di Architettura e Società del Politecnico di Milano, il primo incontro aperto “Case temporanee per comunità di studenti”. La conferenza, organizzata da studenti e docenti con il supporto di associazioni come Cantieri Isola, Jobox e la cooperativa “La cordata”, aveva come obiettivo la discussione e la condivisione di un piano comune per la creazione di villaggi temporanei di studenti in aree dismesse o di prossima trasformazione.Il modello è quello del cohousing di origine danese: per i profani, scegliersi a vicenda fra vicini di casa e condividere spazi comuni o servizi. L'idea è nata negli anni '60 e, se pensate che sia roba vecchia, guardate cosa sta succedendo in Europa.
Pochi mesi sono bastati per veder sorgere mille abitazioni in unità da cinque piani, complete di corti, ballatoi e servizi aperti a tutti: no, Amsterdam non è stata a guardare. In attesa di una risposta statale e pubblica alla domanda di alloggi, ha affidato alla ditta TempoHousing il compito di far rinascere aree residuali o abbandonate. E il progetto ha funzionato: i 20 milioni di Euro necessari alla costruzione sono rientrati integralmente dopo cinque anni, ed ora i contratti sono ripartiti per un altro lustro. Se volete farci un giro, basta che partiate con 300 euro in tasca: è il canone mensile, e quasi sociale, per un appartamento singolo di 30 mq – tutto incluso.
Certo, va detto che la proposta TempoHousing è economica perché funziona su moduli container non modificati, altrimenti, a volerli riadattare, il prezzo lieviterebbe. Fatti bene i conti, il gioco può valere la candela. Si tratta anche di voler guardare al di là del nostro comune immaginario, in cui il modello container ha un che di negativo: in realtà, si tratta semplicemente di strutture prefabbricate come tante altre, che con un po' di coscienza possono essere rese vivibili da spazi verdi e altri accorgimenti. Per adattarle al nostro stile di vita, basterebbe destinare i piani terra – in Olanda adibiti ad alloggi – a servizi comuni utilizzabili da tutta la comunità di quartiere. E dare la possibilità di convivere in appartamenti doppi, tripli o quadrupli... perché si sa che da queste parti siamo più festaioli che al Nord.
Il nuovo PGT, Piano di Governo del Territorio, ha reso possibile la costruzione di questo genere di alloggi prefabbricati per studenti; l'intento è promuovere una cultura del riuso temporaneo, non soltanto per le residenze universitarie ma anche per ospitare associazioni, circoli (ad esempio di artisti) e coprire esigenze come quelle del turismo low cost (in strutture simili a ostelli, diffusissime in Europa ma scarseggianti in un'Italia con poco spirito da backpacker). Per non parlare di Expo 2015. L'idea è affidare gli spazi destinati alla realizzazione di progetti tramite bandi, con una compartecipazione di pubblico e privato. Numero e canone degli alloggi sarebbero rispettivamente limitati e calmierati: da un lato bisogna valutare l'impatto che le nuove unità abitative avrebbero nel quartiere, dall'altro si vogliono tenere presenti le possibilità economiche di categorie come gli studenti, le associazioni no profit e tutti coloro che sono “troppo ricchi per avere una casa popolare, ma troppo poveri per comprarne una sul mercato privato”.
Ma non si tratta solo di incombenze economiche. Gli studenti che vivono lontano dalla propria città (e l'esercito dei fuorisede a Milano conta 43.000 persone) hanno bisogno di inserirsi in una comunità viva: le nuove unità devono legarsi al contesto, lasciando esse stesse qualcosa al territorio in cui sorgono. L'inizio della svolta può essere semplicemente progettare edifici con un piano terra adibito a servizi comuni, come la lavanderia a gettoni, le palestre e, perché no, l'area circostante utilizzabile per un mercato settimanale. Vanno considerate le necessità pratiche di tanti giovani che troppo spesso si trasferiscono nella vecchia “Milano da bere” e poi la sera non hanno uno straccio di mezzo pubblico per rincasare, specialmente se abitano in periferia: per questo le abitazioni devono essere ancorate al territorio circostante con servizi potenziati di car e bike-sharing, di bus notturni.
Ma quale è concretamente l'opzione possibile per la nostra città? Innanzitutto, i luoghi: a Milano ben 1.885.000 mq di aree sono in disuso e 120 edifici sono vuoti. Così, gli ex scali ferroviari, la Bovisa (sia per la sua disponibilità di spazio che per la vicinanza con l'Università), la Barona si trasformano da un cumulo di capannoni alla nuova scommessa su cui puntare. Vediamo quest'ultimo esempio: grazie alla Cooperativa la Cordata si sono realizzate, alla Barona, unità abitative con diverse tipologie di alloggi (residence, appartamenti di piccola e media metratura, ecc.), tutte economicamente accessibili. Il progetto contempla un numero di alloggi né troppo elevato né troppo basso, in modo da rendere possibile lo sviluppo di relazioni interpersonali e di economie di autogestione, in un contesto di pluralità e di opportunità per tutti. Auspicabile sarebbe a questo punto l'appoggio di enti come le Università, perché si possano legare le diverse esperienze e produrre non solo proposte architettoniche, ma risposte sociali.
Per approfondire: tempohousing.com; temporiuso.org, con il Manifesto per il Riuso Temporaneo
Pochi mesi sono bastati per veder sorgere mille abitazioni in unità da cinque piani, complete di corti, ballatoi e servizi aperti a tutti: no, Amsterdam non è stata a guardare. In attesa di una risposta statale e pubblica alla domanda di alloggi, ha affidato alla ditta TempoHousing il compito di far rinascere aree residuali o abbandonate. E il progetto ha funzionato: i 20 milioni di Euro necessari alla costruzione sono rientrati integralmente dopo cinque anni, ed ora i contratti sono ripartiti per un altro lustro. Se volete farci un giro, basta che partiate con 300 euro in tasca: è il canone mensile, e quasi sociale, per un appartamento singolo di 30 mq – tutto incluso.
Certo, va detto che la proposta TempoHousing è economica perché funziona su moduli container non modificati, altrimenti, a volerli riadattare, il prezzo lieviterebbe. Fatti bene i conti, il gioco può valere la candela. Si tratta anche di voler guardare al di là del nostro comune immaginario, in cui il modello container ha un che di negativo: in realtà, si tratta semplicemente di strutture prefabbricate come tante altre, che con un po' di coscienza possono essere rese vivibili da spazi verdi e altri accorgimenti. Per adattarle al nostro stile di vita, basterebbe destinare i piani terra – in Olanda adibiti ad alloggi – a servizi comuni utilizzabili da tutta la comunità di quartiere. E dare la possibilità di convivere in appartamenti doppi, tripli o quadrupli... perché si sa che da queste parti siamo più festaioli che al Nord.
Il nuovo PGT, Piano di Governo del Territorio, ha reso possibile la costruzione di questo genere di alloggi prefabbricati per studenti; l'intento è promuovere una cultura del riuso temporaneo, non soltanto per le residenze universitarie ma anche per ospitare associazioni, circoli (ad esempio di artisti) e coprire esigenze come quelle del turismo low cost (in strutture simili a ostelli, diffusissime in Europa ma scarseggianti in un'Italia con poco spirito da backpacker). Per non parlare di Expo 2015. L'idea è affidare gli spazi destinati alla realizzazione di progetti tramite bandi, con una compartecipazione di pubblico e privato. Numero e canone degli alloggi sarebbero rispettivamente limitati e calmierati: da un lato bisogna valutare l'impatto che le nuove unità abitative avrebbero nel quartiere, dall'altro si vogliono tenere presenti le possibilità economiche di categorie come gli studenti, le associazioni no profit e tutti coloro che sono “troppo ricchi per avere una casa popolare, ma troppo poveri per comprarne una sul mercato privato”.
Ma non si tratta solo di incombenze economiche. Gli studenti che vivono lontano dalla propria città (e l'esercito dei fuorisede a Milano conta 43.000 persone) hanno bisogno di inserirsi in una comunità viva: le nuove unità devono legarsi al contesto, lasciando esse stesse qualcosa al territorio in cui sorgono. L'inizio della svolta può essere semplicemente progettare edifici con un piano terra adibito a servizi comuni, come la lavanderia a gettoni, le palestre e, perché no, l'area circostante utilizzabile per un mercato settimanale. Vanno considerate le necessità pratiche di tanti giovani che troppo spesso si trasferiscono nella vecchia “Milano da bere” e poi la sera non hanno uno straccio di mezzo pubblico per rincasare, specialmente se abitano in periferia: per questo le abitazioni devono essere ancorate al territorio circostante con servizi potenziati di car e bike-sharing, di bus notturni.
Ma quale è concretamente l'opzione possibile per la nostra città? Innanzitutto, i luoghi: a Milano ben 1.885.000 mq di aree sono in disuso e 120 edifici sono vuoti. Così, gli ex scali ferroviari, la Bovisa (sia per la sua disponibilità di spazio che per la vicinanza con l'Università), la Barona si trasformano da un cumulo di capannoni alla nuova scommessa su cui puntare. Vediamo quest'ultimo esempio: grazie alla Cooperativa la Cordata si sono realizzate, alla Barona, unità abitative con diverse tipologie di alloggi (residence, appartamenti di piccola e media metratura, ecc.), tutte economicamente accessibili. Il progetto contempla un numero di alloggi né troppo elevato né troppo basso, in modo da rendere possibile lo sviluppo di relazioni interpersonali e di economie di autogestione, in un contesto di pluralità e di opportunità per tutti. Auspicabile sarebbe a questo punto l'appoggio di enti come le Università, perché si possano legare le diverse esperienze e produrre non solo proposte architettoniche, ma risposte sociali.
Per approfondire: tempohousing.com; temporiuso.org, con il Manifesto per il Riuso Temporaneo
Marta D'Arcangelo


