L'INCONTROIppolita di Majo presenta il sistema delle regge vesuviane
Una folta platea, interessata ma purtroppo povera di giovani, ha accolto nell'Aula Magna della Statale la professoressa Ippolita di Majo che, con la collaborazione del F.A.I. (Fondo per l'Ambiente Italiano) ha presentato mercoledì 3 febbraio il sistema delle regge vesuviane: un viaggio attraverso le grandi residenze dei Borbone e le incantevoli architetture del Settecento e primo Ottocento, commissionate prima da Carlo III e, quindi, dal figlio Ferdinando IV.
Un viaggio che la professoressa ben introduce, toccando tematiche sociali e riallacciandosi al sistema economico che ha caratterizzato Napoli e gran parte del sud Italia sotto il dominio spagnolo, e le cui ripercussioni, sia positive sia negative, ancora oggi si possono percepire.
Quella che viene presentata è una Napoli incantevole ma al contempo povera ed arretrata, che i sovrani vogliono abbellire con meravigliose regge che custodiscono, al loro interno, innumerevoli opere d'arte realizzate appositamente dai miglior artisti europei dell'epoca; una Napoli che presentava paesaggi magnifici (basti pensare al golfo e al Vesuvio), ma che stupiva visitatori ed artisti per i panni stesi a costellare strade ed abitazioni.
Sembra quindi una città che, nell'ottica dei sovrani, doveva essere solo artisticamente all'avanguardia, quasi a diventare un'unico grande capolavoro, baluardo artistico della dinastia Borbonica, tralasciando in maniera vistosa il progresso economico e il miglioramento delle condizioni sociali della popolazione.
Nell'antica Partenope la temperie culturale diffusa tra le grandi potenze europee del secolo dei Lumi si era pienamente affermata, e gli aristocratici locali si sfidavano nella costruzione di regge faraoniche, lasciando ai posteri bellezze architettoniche e artistiche come la reggia di Caserta o la villa Favorita, o ancora gli scavi di Pompei e di Ercolano. Scavi che diedero vita a musei ancor oggi ricchissimi di opere uniche; a questo proposito Goethe, in una delle sue visite a Napoli, dirà, riferendosi a Pompei: "Non vi è mai stata una simile catastrofe nella storia che abbia portato tanta gioia". E viene da pensare che l'arte vinceva su tutto, anche sull'esistenza.
Quella che viene presentata è una Napoli incantevole ma al contempo povera ed arretrata, che i sovrani vogliono abbellire con meravigliose regge che custodiscono, al loro interno, innumerevoli opere d'arte realizzate appositamente dai miglior artisti europei dell'epoca; una Napoli che presentava paesaggi magnifici (basti pensare al golfo e al Vesuvio), ma che stupiva visitatori ed artisti per i panni stesi a costellare strade ed abitazioni.
Sembra quindi una città che, nell'ottica dei sovrani, doveva essere solo artisticamente all'avanguardia, quasi a diventare un'unico grande capolavoro, baluardo artistico della dinastia Borbonica, tralasciando in maniera vistosa il progresso economico e il miglioramento delle condizioni sociali della popolazione.
Nell'antica Partenope la temperie culturale diffusa tra le grandi potenze europee del secolo dei Lumi si era pienamente affermata, e gli aristocratici locali si sfidavano nella costruzione di regge faraoniche, lasciando ai posteri bellezze architettoniche e artistiche come la reggia di Caserta o la villa Favorita, o ancora gli scavi di Pompei e di Ercolano. Scavi che diedero vita a musei ancor oggi ricchissimi di opere uniche; a questo proposito Goethe, in una delle sue visite a Napoli, dirà, riferendosi a Pompei: "Non vi è mai stata una simile catastrofe nella storia che abbia portato tanta gioia". E viene da pensare che l'arte vinceva su tutto, anche sull'esistenza.
Alberto Baioni
